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   SFACTERIA – Le profezie di Santorre

Trasposizione del monologo teatrale “9 maggio 1825” di Giovanni Bonavia

[nel bicentenario della morte di Santorre di Santarosa]

L’evento

L’evento è realizzato con la collaborazione della locale Filodrammatica presso l’accogliente “teatraki” (già Regia Dogana) di Ag,Marina, martedì 26 maggio 2026 alle 21:00.
La manifestazione è organizzata nel contesto della Rete Filellenica Italiana e delle celebrazioni del bicentenario della morte del filelleno e patriota risorgimentale Santorre di Santarosa, caduto in Grecia nell’assedio di Sfacteria, l’isola che chiude l’accesso alla baia di Navarino.
Viene presentata in prima assoluta in Grecia la trasposizione del monologo teatrale “9 maggio 1825” di Giovanni Bonavia, realizzata nella forma di mediometraggio (50’) a cura di Gilberto Richiero.

Attraverso l’ultima ora di vita di Santorre, il monologo ne racconta il percorso umano inquadrandolo in maniera estremamente vivace nel contesto geopolitico di due storie parallele: i moti rivoluzionari piemontesi del 1821 e le prime fasi dell’indipendenza greca.

L’autore

Giovanni Bonavia

Giovanni Bonavia è un personaggio poliedrico dall’interessante vita personale; l’ho così sintetizzata cucendo insieme varie mini-biografie, in tutta evidenza autografe,  tratte da sue pubblicazioni:

Uno degli ultimi abitanti di Racconigi a nascere lì (i successivi tutti nati presso il vicino ospedale di Savigliano), antichista per vocazione e ondivaghi studi, dopo un breve periodo di insegnamento in Italia ed all’estero, per lunghi anni si è pagato il piacere di vivere traslocando parole per le istituzioni europee.
È autore teatrale e di narrativa, saggista e biografo, traduttore di letteratura portoghese e neoellenica.
La forma poetica, sostiene, lo acceca troppo e non può praticarla (ma talvolta, forse a sua insaputa, a mio parere riesce ad intrufolarsi di soppiatto, sotto mentite spoglie e senza rime, nell’intreccio della sua prosa).
Podista incallito e mediocre, la Maratona invece gli aguzza la vista: è la sua tossicodipendenza irreversibile da cui riporta scarsi allori e traumi plurimi.

L’opera

Giovanni Bonavia: L’Italia che non c’era – Fusta ed, 2025

Recentemente (si fa per dire), Giovann Bonavia si è lasciato irretire dal conterraneo Santorre Annibale Filippo Derossi, conte di Pomerolo e di Santarosa, e affascinare dalle disavventure della sua breve esistenza (durante l’assedio di Sfacteria nel quale perde la vita non ha ancora compiuto 42 anni).
La personalità di Santorre lo spinge ad un minuziosissimo lavoro di ricerca in cui si trovano coinvolti innumerevoli personaggi la cui vita per un motivo o per un altro si è incrociata con quella di Santarosa.

Dalle ricerche di archivio e dai documenti originali nasce una poderosa biografia in due volumi ed un totale di quasi mille pagine, redatta con il tono lieve del racconto e con profonda immedesimazione, che l’autore definisce con semplicità romanzo storico.
La successiva ricerca dell’editore si rivela ben più ardua di quella archivistica, ma una fortuita “puntata” a Pylos lo ispira a realizzare il monologo teatrale trasposto in video da Gilberto Richiero.

Qui Santorre si racconta in prima persona e “profetizza” futuro immediato (“tra un’ora sarò morto”, “giungeranno i russi in questo mare”, “gli armatori libereranno Kolokotronis”, “il col. Fabvier verrà a cercare le mie ossa”) ed evoluzione del Risorgimento (“si varcherà il Ticino”, “ci saranno gli Statuti, sarà Italia”, “tra 30 anni la mia profezia rinascerà”, “magari sarà quel mio cuginetto, Camillo Benso”, “un eroe popolare, scarlatto, un eroe dei Due Mondi”).

Bonavia narrerà il breve viaggio a Navarino in tono fiabesco/surreale, quasi metafisico (Ritorno a Sfacteria) presso lo stesso editore Fusta che, conosciuto casualmente, accetta di pubblicare il “Convitato di pietra”: L’Italia che non c’era.

Il personaggio

Giuseppe Lucchetti: Santorre di Santarosa – Savigliano, 1869

Come apprendiamo dalla “sua” voce nel monologo, Santorre di Santarosa nasce a Savigliano, ad una cinquantina di chilometri da Torino; entra a 13 anni nell’esercito Sabaudo al seguito del padre, colonnello dei Granatieri; ed ha il battesimo del fuoco a Mondovì nel 1796 contro Bonaparte. Durante l’amministrazione napoleonica è sindaco di Savigliano e poi sottoprefetto a La Spezia. Con la Restaurazione combatte come capitano dei Granatieri e successivamente è funzionario del Ministero della Guerra. A seguito delle insurrezioni di Spagna, Portogallo e Regno delle Due Sicilie, e di accordi poi rinnegati con il reggente Carlo Alberto, è tra i promotori dell’insurrezione piemontese del 1821. Ma il Governo Costituzionale cade nel lasso di un mese per l’intervento da Modena di Carlo Felice, appoggiato dall’esercito austriaco. Condannato a morte in contumacia, ripara prima a Ginevra, poi in Francia (dove scrive il resoconto De la Révolution Piémontaise) ed infine in Inghilterra. Imbarcatosi da qui con l’amico Giacinto Provana di Collegno per Nauplion, partecipa da soldato semplice alla guerra d’indipendenza greca, cadendo infine nella difesa di Navarino il 9 maggio 1825 (e non l’otto, come solitamente ed erroneamente riportato).
Il ricordo

Stele commemorativa a Sfacteria

Il filosofo Victor Cousin, da lui conosciuto durante l’esilio francese, si batté per fare erigere un monumento per ricordarlo, ancor oggi visibile a Sfacteria nei pressi della grotta dove la leggenda vuole sia morto (il suo cadavere non fu mai ritrovato).

Dopo l‘Unità d’Italia fu eretto a Svigliano il monumento in suo onore, presso il quale l’anno scorso la Rete Filellenica Italiana ha deposto una corona commemorativa in occasione del convegno per il bicentenario della morte.

Il trailer
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Introduzione critica

Lefteri Diamantara, Presidente della  locale Filodrammatica (Θεατρική Ομάδα Λέρου), regista ed attore, riporta un brano della lettera che Santarosa scrive dall’Inghilterra a Victor Cousin nel novembre del 1824, prima di partire per la Grecia: 
“Amico mio, amo la Grecia, la patria di Socrate, con un amore che ha in sé qualcosa di sacro. Il popolo greco, valoroso e generoso, che è sopravvissuto a secoli interi di schiavitù, è fratello del mio popolo. Le sorti dell’Italia e della Grecia sono comuni, e poiché non posso fare nulla per la mia patria, devo dedicare alla Grecia i pochi anni e le forze che mi restano…”

Dopo avere ricordato la genesi del monologo, ne commenta lo svolgimento: 
Il personaggio entra in scena dal fondo, camminando a testa alta. Accanto a lui, sul palcoscenico vuoto, c’è solo un baule. È semplice, sobrio, austero e inizia a parlare. Sa che morirà e trasuda coraggio e fede. I primi piani sul suo volto e le sue espressioni particolari rafforzano la drammaticità delle sue parole. Il suo eloquio è semplice e chiaro. La sua postura trasmette sicurezza, è ben saldo sui suoi piedi. Più tardi, con movimenti lenti e rituali, allaccerà la cintura, vi infilerà la pistola  e indosserà il gilet. Si racconta e profetizza ciò che sta per accadere.
Tutto questo durante l’ultima ora della sua vita. Un viaggio umano. La grandezza di un uomo che ha amato profondamente la Grecia e i greci.

E prosegue: 
Giovanni Bonavia interpreta Santarosa e la sua ultima ora di vita in modo eccellente. Il suo volto, le sue espressioni, i toni e le sfumature della voce sono i punti-chiave della sua recitazione. La postura e il suo passo fermo, in combinazione con le battute e le parole del testo, porta il monologo a un culmine che offre una catarsi unita alla consapevolezza.

Ricorda infine come Santarosa ha combattuto una battaglia altruistica e il suo eroismo è stato riconosciuto sia dai greci che dai suoi compatrioti.

Documentazione iconografica
Gallery

[Photo courtesy of Markos Spanos]

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