La felicità è una lunga pazienza
L’evento
Nel contesto delle cerimonie commemorative dei Caduti di Kos e Leros, e dell’iniziativa I mercoledì culturali della Biblioteca, si è svolta a Leros il 25 settembre 2025 presso la Biblioteca Comunale di Platanos la presentazione (in italiano) del volume La felicità è una lunga pazienza di Maria Teresa Cusumano.
All’evento, introdotto dal Segr.Gen. e svoltosi alla presenza delle Autorità intervenute dalla Grecia e dall’Italia in occasione delle commemorazioni e di un pubblico numeroso e coinvolto, hanno preso parte il Gen.B. Vincenzo Grasso e l’Autore.
Al termine della presentazione, dopo i ringraziamenti di rito agli oratori intervenuti ed al pubblico, al Comune, al personale della Biblioteca ed al responsabile tecnico Markos Spanos, si è svolto nella terrazza della Biblioteca il consueto aperitivo nel corso del quale la scrittrice ha incontrato gli ascoltatori per rispondere in modo diretto ed informale a domande, curiosità e commenti.
L’opera
Dopo l’8 settembre 1943, il capitano di fanteria Tommaso Melisurgo, ferito sul campo a Kos, viene fatto prigioniero e deportato in Germania. La giovane moglie Maria, rimasta a Potenza con i quattro figli, si trova ad affrontare mille difficoltà, tra cui i bombardamenti alleati che mettono a dura prova la popolazione.
Tommaso e Maria vivono, ciascuno con il costante pensiero all’altro, una storia di fede, d’amore e di guerra. In un teatro d’azione che va dall’Italia al Dodecaneso ed alla Germania, i loro destini personali sembrano lacerarsi e perdersi. Ma ritroveranno una strada comune nella consapevolezza che le storie individuali muovono i propri passi nella Storia, e che vivere significa lottare per superare le avversità.
L’introduzione del coordinatore
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Presentiamo stasera un volume che è strettamente legato alle commemorazioni dei caduti di Kos e Leros che si sono svolte ieri e oggi. Per introdurlo, avevo stilato questa notte un bel discorsetto, ma mi limito a raccontarvelo per sommi capi salvando solo le citazioni che avevo inanellato.
Una (se non ricordo male, di Francesco Subiaco in un’intervista a Maurizio Serra) recita:
…In tanti cercano di rileggere il passato, ma (purtroppo, aggiungo io) con gli occhi dell’oggi e delle convenienze del momento. E (purtroppo, aggiungo io) più per ricercare facili strumentalizzazioni piuttosto che (come auspicabile, aggiungo io) per superare banali mitologie orientate, tanto diffuse oggi.
Il passato va certamente riletto e continuamente studiato, perchè, parafrasando Indro Montanelli, “Un popolo che non rispetta il suo passato non ha avvenire”.
D’altronde, se devo basarmi sull’esperienza personale, mi sembra che siamo un po’ tutti affascinati ed incuriositi dal passato. A partire da quello lontano, quello preistorico del mito (e qui, in terra ellenica, siamo nel posto giusto per rispolverare la mitologia). Per giungere a quello delle generazioni che ci hanno immediatamente preceduto, dei padri e dei nonni.
Da qui la fortuna riscontrata, oggi come ieri, dalla memorialistica, specie quella del periodo bellico, dei reduci, per restare al tema di oggi ed all’omaggio reso ieri ai caduti di Coo e stamattina di Lero.
Rispettare, ho detto parafrasando Montanelli; e cioè: conoscere, comprendere; e non pretendere di riscriverlo, come ci ammonisce Orwell nel suo attualissimo 1984.
Cioè, per continuare con le citazioni, “Bisogna guardarsi dall’errore che consiste nel giudicare epoche e luoghi lontani col metro che prevale nel qui e nell’oggi.”, come saggiamente ammonisce Primo Levi in I sommersi e i salvati.
Sono trascorsi 80 anni dalla fine della 2GM (praticamente: tutti i miei anni...), praticamente quanti ne erano passati, allora, dall’Unità d’Italia.
E dovremmo avere finalmente conquistato un certo distacco da quegli avvenimenti ormai così lontani ed acquisito una certa obbiettività, mentre invece mi pare che l’Italia continui a perpetuare atteggiamenti polemici privi dell’auspicabile imparzialità storica.
Quella prospettiva neutrale che portava Virgilio Spigai a dedicare il suo Lero - il primo a mia conoscenza dei saggi di memorialistica sulla Battaglia di Leros (la prima edizione è del ’48, appena rientrato dai campi IMI, condivisi con il Cap. Melisurgo) ed il più autorevole, visto il ruolo ricoperto nel corso della Battaglia – a dedicarlo, dicevo:
“Ai combattenti di ogni bandiera della Battaglia di Leros
con equanime rispetto.
Alla gloria dei morti nell’adempimento del dovere.”
Ingenue utopie, mi si dirà, e ne convengo: la storia da sempre la hanno scritta i vincitori, mai i vinti: E non da ieri: pensate ai Persiani sconfitti dalla Lega Attica e raccontati cattivissimi da Erodoto e sopratutto Tucidite. Od ai Cartaginesi, gli storici nemici di Roma, sconfitti nelle Guerre puniche e raccontati da fonti romane (Polibio, Tito Livio) - il famoso “Cartago delenda est” di Catone -.
E d’altronde, altrettanto da sempre, in guerra è indispensabile demonizzare il nemico, non fosse che per “caricare” le truppe prima della battaglia: da sempre le arringhe dei comandanti hanno preceduto lo squillo di tromba della ”Carica!”: All’attacco! Dio lo vuole!
Ma sempre, prima o poi, le guerre terminano (oggi si direbbe: bene, ora spartiamoci il business della Ricostruzione), e la geopolitica, anche quella di duemila anni fa, insegna che il demonizzato nemico di ieri sarà il prezioso e ricercato alleato di domani...
Perdonate quindi il “pistolotto” in chiave anti-retorica, che potrebbe puzzare di “buonismo” ad oltranza (peraltro molto di moda oggi presso l’intellighentia in Occidente...), e, data l’età, di hippies sessantottini fuori-tempo-massimo.
E permettetemi di “spezzare una lancia” (visto che di guerra si parla) a favore di obbiettività. Obbiettività e distacco che mi sembra non manchino nel libro che presentiamo stasera.
Attraverso il Gen. Grasso sono venuto a conoscenza del libro nel corso del convegno storico del gennaio di quest’anno, organizzato dal Presidente del Comitato Caduti di Kos, ed ho proposto all’autrice di presentarlo in occasione delle commemorazioni congiunte di settembre.
Il Gen.B. Vincenzo Grasso nasce in provincia di Udine, frequenta l’Accademia Militare di Modena e la Scuola di applicazione di Torino. Nominato Tenente di fanteria, si laurea in Scienze strategiche, comanda per una decina di anni vari reparti a Gorizia e per otto anni presta servizio presso comandi NATO a Verona ed in Germania. Ha inoltre partecipato a numerose operazioni all’estero (Kossovo, Irak, Afganistan).
Ma sopratutto per due anni è stato Comandante del 9° Reggimento fanteria a Trani. E perchè questo specifico comando ci interessa da vicino? Facciamocelo raccontare da lui stesso.
L’intervento del Gen. Grasso
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Dopo avere accennato alla lunga storia del 10° Reggimento fanteria “Regina” che nasce come Battaglione nel 1734 per diventare Reggimento nel 1839 e prendere parte alle guerre d’Indipendenza nel Risorgimento, alla guerra di Crimea ed alla 1°GM, precisa come venne dislocata nel 1924 nel Dodecaneso dove due battaglioni vengono assegnati di guarnigione a Kos ed uno a Leros. Dopo la guerra, viene ricostituita (mantenendo le storiche mostrine bianche) come 9° Reggimento fanteria “Bari” di stanza a Trani, e dal 2008 al 2010 con il grado di Colonnello ne assume il comando.
In tale periodo conosce il Col. Liuzzi e attraverso di lui l’iniziativa della Provincia di Latina di donare a Kos una Campana della Memoria. Gli viene consegnata con una cerimonia a Spigno Saturnia affinchè la faccia pervenire a Kos, dove giunse nell’ottobre 2010 con una cerimonia cui partecipò una delegazione del Reggimento, l’Addetto alla Difesa dell’Ambasciata e Severino De Prosperis, l’ultimo reduce del 10° Regina.
Ma torniamo al libro. Pervaso, a mio avviso, da uno spirito quasi deamicisiano, giustificato forse dall’ambientazione in provincia. Dove persistono tradizioni e miti popolari di origine contadina. Ambientazione che si contrappone allo spirito cittadino con l’ottica, propria del Regime, di una nazione moderna: uno spirito giovane e antitradizionale, moderno e rivoluzionario.
Forse perchè l’eco delle grandi città giungeva attutito e smorzato, ovattato, dalle ancora forti influenze del tradizionalismo e del forte spirito cattolico della piccola borghesia dei protagonisti? Si respira appieno lo spirito non-consumistico d’anteguerra, da non confondere con le penurie dell’essenziale del tempo di guerra.
Da plaudire i cenni di obbiettività, di disimpegno, il mantenimento delle distanze dai giudizi avventati, purtroppo ancora molto diffusi; il protagonista si pone talvolta in confronto con il cognato Rino, di indirizzo intellettuale decisamente lontano in quanto figlio integrale del Regime e precocemente morto per tali ideali.
Una cosa che colpisce è la pesante presenza della 2°GM (e sarebbe persino ovvio, dato il tema del racconto) contrapposta alla totale assenza della prima nella esperienza militare del protagonista. É vero che era un “ragazzo del 99”, ha vissuto solo l’ultimo anno (quello di Vittorio Veneto, non quello di Caporetto) della 1°GM, ma non un cenno al primo dopoguerra, agli eventi del 19-21.
Da notare poi come non di letteratura “di evasione” trattasi, di “romanzo” ove per tale intendesi l’uso di un personaggio immaginario per descrivere una personalità ed i suoi dubbi e sfaccettature, o le problematiche simboliche di un’epoca o una generazione. Quanto piuttosto di “narrazione letteraria”, testimonianza e trasposizione letteraria di diari personali di guerra e di racconti di nonno a nipotina, riportati utilizzando la forma letteraria del romanzo.
In realtà trattasi di eventi, sentimenti e personaggi rigorosamente tratti dalla realtà: ogni riferimento a cose e persone realmente esistenti è strettamente voluto e intenzionale…
Maria Teresa Cusumano
Nata a Potenza, ha sempre vissuto a Treviso, dove si è diplomata per poi laurearsi a Padova in giurisprudenza e superare nel 2002 il concorso in magistratura.
Dopo alcuni anni giudice del Tribunale di Sciacca, dal 2008 esercita funzioni giudicanti civili presso il Tribunale di Treviso.
Appassionata di storia e letteratura, ha scritto alcuni racconti premiati in concorsi nazionali, per esordire nel romanzo con questo libro.
L’intervento dell’Autore
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La scrittrice ha intrattenuto ed affascinato il pubblico illustrando succintamente la genesi del libro, i meccanismi narrativi utilizzati ed il coinvolgimento personale negli avvenimenti narrati. Ha inoltre narrato per sommi capi gli eventi bellici intercorsi dopo l’8 settembre a Kos ed a Potenza, e come questi siano intervenuti nella storia personale dei due protagonisti. Ne ha tracciato il rapporto affettivo dall’incontro e matrimonio alla felice conclusione nell’immediato dopoguerra, sottolineando il grave impatto nella relazione personale inferto dalla reciproca mancanza di notizie dal ’43 al ‘45, il cambiamento operato nei protagonisti dai due anni di lontananza e dalle sofferenze di Maria in Patria e di Tommaso nei campi IMI, e infine la rinascita della compromessa relazione affettiva.
Ha raccontato in maniera molto vivace la motivazione alla stesura del romanzo (l’importanza della trasmissione della memoria), e le fonti di documentazione (i diari di guerra scritti subito dopo il rimpatrio; il carteggio epistolare con la nonna – forzatamente unilaterale e limitato temporalmente dalla conquista di kos -; i colloqui del nonno ottantenne con la nipotina decenne; i contatti con parenti di altri reduci).
Ha ripercorso con una narrazione avvincente l’iter narrativo, intercalandolo con brevi letture di brani salienti del libro e soffermandosi su eventi-chiave della storia che procede parallelamente ma con i protagonisti inconsapevoli delle reciproche disavventure: da un lato come Tommaso, lasciato per morto in una cunetta con una ferita all’anca, viene trovato a battaglia conclusa da due militi tedeschi che lo salvano improvvisando una barella e portandolo all’ospedale da campo lì vicino; dall’altro come Maria con i quattro figli, al pari della popolazione civile colpita dai bombardamenti alleati dopo l’armistizio, è costretta a sfollare rifugiandosi presso il cognato in una campagna limitrofa.
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