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   DIETRO LA PORTA

Controcampo a Isole

Presso l’atrio della scuola elementare di Lakki il 7.9.2025, al finissage della tappa che inaugurava a Leros la circuitazione in Grecia della mostra Percorsi grafici per una Genesi informale, viene proiettato il documentario d’Autore Dietro la porta, recentemente prodotto dai registi Mario Brenta e Karine De Villers, una sorta di “controcampo” di Isole, ultimo capitolo della Trilogia dell’oggi.

Il progetto Indicativo presente sviluppato dai due cineasti è stato presentato a Leros ed in Grecia a partire dal 2019 con l’iniziativa Cinema & Realtà: le parole delle cose, che presentava anche Il sorriso del gatto, la prima opera della Trilogia dell’oggi.

Mario Brenta
Veneziano, regista cinematografico, docente di cinematografia presso l’università di Padova, presso ACT Multimedia Cinecittà e presso Ipotesi Cinema, il laboratorio cinematografico fondato da Ermanno Olmi a cui collabora fin dalle origini. Attivo sia nel campo della fiction che in quello del documentario ha realizzato diverse opere cinematografiche – fra cui Barnabo delle montagne, Maicol, Vermisat, Robinson in laguna, Jamais de la vie!, Effetto Olmi – che hanno tutte ottenuto numerosi riconoscimenti nei maggiori festival e rassegne internazionali: Cannes, Venezia, Berlino, Locarno, Montréal… In campo televisivo, svariate le sue collaborazioni con la Rai, France 2, Arté/La Sept.

Mario Brenta

Karine de Villiers
Nata a Quito in Ecuador, si è laureata a Bruxelles in Archeologia e Storia dell’Arte. E’ in quest’occasione che incontra il documentarista Henri Storck che sarà all’origine della sua passione per il cinema. Nel 2010 inizia la sua collaborazione con Mario Brenta con il quale realizzerà numerosi film: Calle de la Pietà, Agnus Dei, Corpo a Corpo, Delta Park ed il recentissimo Il sorriso del gatto. È attualmente delegata del Centro dell’Audiovisivo di Bruxelles per la  promozione del cinema Documentario, è vice-presidente dell’ARRF e presidente dell’atelier di produzione Cinéastes Associés.

Karine de Villers

Carlo Guerrini – laletteraturaenoi.it, 15 Maggio 2024 

Il cinema di Mario Brenta è profondamente radicato in un grande rispetto per il reale, per tutto ciò che vive, anche nei suoi aspetti più umili, meno appariscenti. Un rispetto che proviene da un senso istintivo di felicità nell’essere partecipe delle cose.
Ermanno Olmi

Dietro la porta

Guardare dietro la porta significa portare il nostro sguardo in quel luogo, la casa, per scoprire in che modo possa rappresentare chi la abita, essere lo specchio della sua interiorità. Diciotto ritratti – colti nella loro particolare quotidianità, fra le mura domestiche e non solo – per rivelare  come il luogo di appartenenza, per origine, scelta o semplice casualità della vita, possa essere indicatore del proprio personale rapporto che ciascuno ha con il mondo, con l’altro ma soprattutto con se stesso. Diciotto microcosmi che, pur nella loro naturale diversità, si articolano fra loro secondo un’armonia più universale, condivisa: una sorta di spartito visivo e sonoro, di melodia a più voci, corale in cui, crediamo, ogni spettatore, naturalmente e senza troppa fatica, si potrà ritrovare e riconoscere.

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Note di regia

Mario Brenta

Dietro la porta: la nascita.

Dietro la porta è nato il 14 luglio 2022. Rientrando dalla visita ad un amico, ci siamo trovati, Karine ed io, a passare per la Rue des Déportés, là, dove Karine aveva abitato con i genitori quando era bambina. La casa, situata al numero 71, era una costruzione di piccole dimensioni, dall’aria dimessa e trascurata resa ancor più triste dal fatto che sembrava disabitata, in stato di completo abbandono e il nome della strada dove si trovava non concorreva di certo a rendere il suo aspetto più accettabile, anzi, lo rendeva persino piuttosto inquietante.

Incuriosito e in qualche modo affascinato da quell'incontro inatteso, sono sceso dalla macchina per prendere qualche fotografa mentre Karine si era allontanata di qualche passo per andare a dare un'occhiata al piccolo giardino retrostante. Dopo qualche scatto, riposto l'apparecchio fotografco, stavo per avviarmi a raggiungere Karine quando, d'improvviso, la porta della casa si è aperta lasciando intravvedere una signora anziana sporgersi appena per deporre sul marciapiede un piccolo sacchetto di immondizie e scomparire all'interno.

Ho subito chiamato Karine per avvertirla della cosa e, dopo qualche istante di esitazione a guardarci negli occhi con aria interrogativa, abbiamo deciso di bussare alla porta.

Curioso personaggio questa anziana signora che ci ha accolto, senza problemi e senza troppe domande, nella sua casa. Artista, ma anche un po' strega, vive sola in mezzo ai suoi quadri e in compagnia di due piccoli animali in una sorta di ordinato disordine, dove Karine, si è ritrovata un po' confusa e a disagio.

Forse solo alcune tracce appena visibili, sparse qua e là sulle pareti fatiscenti, le testimoniavano di un passato ormai lontano ma in qualche modo ancora vivo e presente. Forse, pur in quella diversità, avvertiva la stessa atmosfera decadente di allora. Forse, in quella breve visita al proprio passato, ne usciva turbata (e io affascinato), come se in quell'anziana signora avesse visto se stessa bambina precocemente invecchiata; e in un futuro non troppo lontano, se non già presente.

Insomma, un'accozzaglia stridente di elementi eterogenei e inattesi che gridava silenziosamente: “Voglio essere flmata!”. E così è stato, soltanto pochi giorni dopo, senza che l'anziana signora, un po' artista e un po' strega, facesse alcuna obiezione alla nostra richiesta.

Da lì, come per contagio, ci siamo lasciati trasportare o, meglio, «deportare» verso altri luoghi, altre case dove siamo entrati in punta di piedi, quasi clandestinamente, attraverso porte lasciate appena socchiuse; per casualità, distrazione o forse per una dolce, tacita complicità? Chissà.

Un film, Dietro la porta, che si pone come una sorta di naturale «controcampo» ad Isole, il nostro flm precedente dove chiedevamo alle varie persone - amici, colleghi, conoscenti – di mandarci, attraverso un messaggio filmato autografo, una breve riflessione, un sentimento sul loro «essere al mondo», in questo mondo.

Qui, invece, siamo noi a portare uno sguardo, il nostro - speriamo non troppo invasivo, ma non meno profondo – nel luogo più intimo del loro abitare, nella loro casa, in quel dove esteriore ma non per questo meno sincero che è lo specchio della loro interiorità. E tutto questo, così, senza pregiudizi, senza idee precostituite, nella spontaneità – potremmo persino dire nella casualità - del loro quotidiano. Dunque un racconto, un discorso che nascono e si sviluppano quasi per caso attraverso il ritratto domestico, casalingo di diciotto personaggi? Forse...

Questa è comunque la domanda che l'amico Nicola si pone - e ci pone! - nel prologo che apre il flm: le nostre origini, le nostre esistenze sono determinate dal caso?

Interrogativo che trova forse una risposta - e ancora attraverso le tracce di un passato - proprio nel finale che chiude il flm in una circolarità che ripiega il discorso e il flo narrativo su se stessi. Una domanda esistenziale che ci accompagna da sempre: il caso esiste realmente oppure è soltanto un alibi, un comodo escamotage per sottrarci dall'imbarazzo del non saper dare una risposta certa e definitiva ai mille perché che accompagnano la nostra vita, il nostro essere nel mondo?

Recensioni

Danilo Amione

Qui, a Lunghin, incontriamo Nicola, che ci fa da guida verso una realtà tanto fisica quanto metafisica, premessa ad un film che ha come unico intento il racconto dell’Uomo e della Natura, unione imprescindibile oggi messa in pericolo da chi pensa di poterne fare a meno (il perimetro, insieme reale e metaforico, entro cui il film si apre e si chiude è determinato, non a caso, dal triangolo dei fiumi Po, Danubio e Reno). Gli incontri saranno tanti, a comporre un puzzle conoscitivo che tutto è tranne che documentazione nel senso classico del termine. 

Dopo il post-mondo raccontato nella “Trilogia dell’oggi” (“Il sorriso del gatto”, 2018, “Vanitas”, 2020, “Isole”, 2021), Mario Brenta e Karine De Villers decidono, in questa loro nuova opera, di immergersi e di immergerci nell’ancora-mondo, nonostante tutto. E per questo non è certo casuale l’ennesima simbolica presenza dei gatti, anche in un film che fa chiaramente da controcanto ai precedenti. La narrazione “resistenziale” dei due autori inizia con uno squarcio inquietante di cielo rosso, quasi fosse una friedrichiana creazione del mondo, che si apre all’improvviso su un liberatorio stormo di uccelli che si muovono sopra le Alpi. Qui, a Lunghin, incontriamo Nicola, che ci fa da guida verso una realtà tanto fisica quanto metafisica, premessa ad un film che ha come unico intento il racconto dell’Uomo e della Natura, unione imprescindibile oggi messa in pericolo da chi pensa di poterne fare a meno (il perimetro, insieme reale e metaforico, entro cui il film si apre e si chiude è determinato, non a caso, dal triangolo dei fiumi Po, Danubio e Reno). Gli incontri saranno tanti, a comporre un puzzle conoscitivo che tutto è tranne che documentazione nel senso classico del termine. Brenta e De Villers registrano con i loro occhi la realtà da salvare, tutelare, e la sbobinano davanti allo sguardo dello spettatore, instaurando con questo un rapporto empatico raro e necessario.  Angelo con il suo gregge e le sue poche povere cose vive ai margini della città, tra i rifiuti, come i sottoproletari accattoni dell’inascoltato e profetico Pasolini.

 

Ma i suoni della vita che i due autori lasciano in sottofondo, in una necessaria presa diretta, ci indicano verità assolute da salvare ad ogni costo. Sono il belare delle pecore e il latrare dei cani, ultimi segnali da un mondo pericolosamente in estinzione. Margherita, originaria dell’Est Europa, vive in una casa piena di piccole e antiche cose e il lento scorrere della sua esistenza, con il giardino da curare, è il paradigma di un altro possibile esserci. Introdotta dall’immagine poeticamente sospesa di due cavalli, che ricordano quelli immortalati dal genio di Tarkovskij in molte delle sue opere, entra in scena una coppia belga, Michèle e Pierre, lei iconografa religiosa (come l’Andrej Rublev tanto caro al già citato cineasta russo), lui intagliatore di pietre. I materiali con cui entrambi lavorano diventano simbolo di un rapporto pieno con la realtà, non mediato da virtualità che rompono ogni legame con l’esistente, con ciò che ci “appartiene”. All’interno di una tale tematica, è inevitabile, come in una sorta di “Otto e mezzo” dei nostri tempi, che anche i due autori si mettano in scena, in una confessione laica che rievoca momenti importanti della loro vita. Karine De Villers si muoverà così nella casa della sua infanzia belga, evocando momenti che l’hanno segnata per sempre, in un trionfo della memoria che diventa necessario per capire se stessi e ciò che ci circonda.

 

E a rendere ancora più commovente ed indimenticabile il suo ricordo, che segna uno dei momenti più alti di questo film, è il parallelismo mentale che ella attiva con la storia de “Il riccio nella nebbia”, il celebre film d’animazione del grande regista russo Jurij Norstejn. Il tutto a far percepire allo spettatore l’importanza del non perdersi in quell’eterno presente, per dirla con Vincenzo Consolo, che tutto annulla, fatto soltanto di mercificazione ed episodicità permanente. Di Mario Brenta colpisce il tono della voce, alla fine anche rotta dalla commozione, con cui racconta la propria esperienza di vita veneziana (a Venezia è nato). Sbalordisce la sua capacità di mettere insieme narrazione e visione, il saper passare dalla Laguna all’Africa (set di alcune sue opere) e viceversa, mettendo insieme tasselli di una vita vissuta all’insegna della ricerca e della scoperta, anche involontaria. Ma, soprattutto, sono, per chi lo ascolta, le memorie di un uomo che ha vissuto la propria vita all’insegna del rispetto per il mondo inteso come arcipelago di comunità (vedi i ricordi familiari, come anche quelli collegiali). E per chi conosce e ammira il suo cinema sono queste le radici da cui le immagini dei suoi film, da “Vermisat”, 1974, a “Maicol”, 1989, da “Barnabo delle montagne”, 1994, fino alla succitata “Trilogia”, hanno preso corpo, lasciando testimonianze preziose per chi verrà e vorrà. Anche l’incontro di Brenta e De Villers con Boris Lehman, il grande filmmaker svizzero, che per l’occasione legge un brano tratto da “Lo scarabeo d’oro” di Edgar Allan Poe, si muove nella stessa direzione di recupero di un senso comune che ci leghi alla nostra storia di uomini che tali devono restare. Commuove Franco Piavoli che legge il “De rerum natura” di Lucrezio Caro, lui che della natura al cinema è stato il massimo cantore, con quel “Pianeta azzurro” che torna anche in questo film, attraverso l’occhio dei due autori, capaci di raccontarci il mondo intimo di un artista dell’immagine che ha fatto del silenzio una bandiera, un vessillo da contrapporre al mondo gridato e assordante della nostra contemporaneità. Ovviamente, non poteva mancare Ermanno Olmi, presente attraverso qualche sequenza di quello splendido documentario, “Effetto Olmi”, 1983, realizzato da Mario Brenta sul set di “Camminacammina”.

 

Non è una citazione casuale, né tantomeno compiaciuta. Il grande maestro bergamasco è dentro il focus poetico di questo film, perché se è vero che anche il fare arte oggi sta diventando routine, produzione seriale, emozione da acquistare magari a buon prezzo, egli ci ricorda che l’ispirazione non può essere industriale, deve partire dalla parte più intima del nostro essere, che dubiterà sempre su quale sia la via giusta per raccontare l’essenza stessa dell’uomo, unica ragione dell’arte. La voce registrata di Billie Holiday che racconta della sua tragica giovinezza dà il suo contributo di ragione ed emozione a questo straordinario film, capace di mettere insieme testimonianza e poesia, desiderio di umano e rifiuto del falso come sistema di vita. La verità sta lì, proprio dietro la porta… Quello di Brenta e De Villers si conferma cinema allo stato puro, dove l’immagine emerge da sola a raccontarci verità che non hanno parola, talmente sono grandi, e la cui unica chance di comunicazione passa attraverso sguardi colti nel momento stesso in cui nascono. E’ come se i nostri due autori avessero messo insieme, in una sintesi forte ed estrema, tutto il cinema di Rossellini, Antonioni, Olmi e Pasolini, producendo qualcosa di inevitabilmente diverso, legato al sentire di chi si pone, da superstite, come testimone ultimo di un mondo che non si vuole arrendere alla logica dell’uomo ad una dimensione di marcusiana memoria.

Andrea Bassato

Nel loro nuovo film “Dietro la porta”, Mario Brenta e Karen de Villers compiono una rotazione della macchina da presa di 180 gradi, rispetto a quanto avevano fatto nel loro precedente “Isole”. Là, i contributi sul significato del proprio “essere al mondo” giungevano agli autori dai tanti soggetti interpellati e incaricati di dare testimonianza del proprio sentire. Qui invece sono gli autori che entrano nelle case, ex proprie e/o altrui per indagare il senso e i molteplici significati che assume il concetto di appartenenza ad un luogo, come questo condizioni la nostra memoria, lo sviluppo della nostra vita, come ci resti addosso anche una volta lontani da esso per lungo tempo, come in sostanza l’essere umano diventi i luoghi che ha abitato, in un processo di identificazione denso di conseguenze.

Si parte da una premessa necessaria: posto che nascere in un posto o in un altro sembra essere frutto di un coacervo inestricabile di fortuite circostanze, di casualità inspiegabili, di fortune o sfortune storico-geografiche, allo steso modo in cui una goccia di pioggia finisce in un fiume piuttosto che in un altro e posto che – per contro – tutti i fiumi, in una prospettiva larga di macro-scala, giungono, ricongiungendosi tutti in una sorta di chiusura del cerchio vitale, ad uno stesso oceano/mare: in che modo un luogo fisico diventa un luogo dell’anima?

Qual è il processo per cui gli ambienti che abbiamo attraversato si impregnano della nostra presenza e in qualche modo trasudano le nostre tracce, restituendocele fortemente modificate dall’azione dei luoghi medesimi, generatori di memorie, emozioni, ricordi, fatti e misfatti, destinati ad accompagnarci ovunque andiamo, come un’ombra inestirpabile che ci resta addosso anche quando non la vorremmo con noi?

Come avviene e cosa produce in noi questo determinismo ambientale, in grado di entrare nel nostro vissuto profondo e di condizionare lo sviluppo della nostra indole, della nostra personalità, del nostro Io più profondo?

Il tema è affascinante, ma gli autori, lo svolgono nel loro tipico prezioso e sottile stile anti-didascalico, rispondendo alle domande affidandosi al potere evocativo delle immagini, dei suoni, dei silenzi e dei punti di osservazione, alla forza allusiva, indiziaria e simbolica di ogni loro accurata inquadratura, mai casuale o improvvisata.

Tra le incursioni nelle abitazioni si ricordano subito quelle nelle vecchie case abitate dai due registi, profondamente cambiate dopo molti anni, eppure ancora così a loro istantaneamente familiari, perché i ricordi viaggiano alla velocità della luce, anzi a quella del teletrasporto di fantascientifica memoria, bucando o piegando lo spazio, come immagina la fisica moderna.

E poi quella nella grande casa di Franco Piavoli, rimasta invece intatta negli arredi di un tempo, ma priva degli affetti più cari che – per una ragione o per l’altra – sono venuti a mancare o sono andati altrove: in questi saloni antichi e silenziosi, Franco si muove come sempre, secondo rituali consolidati, sgranocchiando i suoi amati biscotti, lavorando al computer, accanto alla imponente e ormai definitivamente spenta moviola, cuore del montaggio del vecchio supporto in pellicola oggi in disuso, ma che tanto ha contribuito alla definizione e alla cura meticolosa e artigianale delle incantevoli immagini girate dal regista lombardo.

Dietro la porta cosa c’è, dunque? O cosa resta? E ancora: la porta è un diaframma tra il dentro e il fuori di un ambiente (nel corso del film vediamo spesso porte e finestre che si aprono, si chiudono, si riaprono), ma anche tra il dentro e fuori di noi e, infine, rispetto a cosa stabiliamo cosa sia dentro e cosa fuori?

Probabilmente dipende dal punto verso il quale dirigiamo lo sguardo, sempre reversibile, sempre ritornante su se stesso, come davanti ad uno specchio cui non siamo in grado di sottrarci: una sorta di agrodolce condanna, lama a doppio taglio o nemesi della nostra natura di esseri senzienti, auto-consapevoli.

Il film, inoltre, registra in continuazione segnali di vita pulsante: animali domestici che vanno e vengono, foglie e fiori che vibrano al passaggio del vento, ma che sembrano dotati di movimenti propri, isolati come sono in suggestivi primissimi piani.

Insomma, la vita è come l’acqua nel pugno: non la trattieni e non la fermi, continua a ritornare incessantemente, nonostante tutto, si fa largo come un rampicante tra le crepe del cemento, riappropriandosi ogni volta di ciò che le viene a mancare o che le viene sottratto.

Sotto questo aspetto, “Dietro la porta” si rivela - nella sua intenzionale e sibillina reticenza – ancor più efficace del precedente “Isole” e mette felicemente da parte, almeno per qualche istante, l’oggettività della visione antropologica, per lasciare intravedere qualche maggiore fessura ed increspatura emotiva nel racconto. Questa è resa più emblematicamente esplicita dalla voce fuori campo di Mario Brenta che, nel finale, tradisce una punta di commozione via via crescente al ricordo delle raccomandazioni affettuose della madre, qualora capitasse al figlio di perdersi: un insegnamento che resta attuale anche quando non riguardasse più solo il dedalo articolato della calli di una città misteriosa, ma anche quello ancor più vasto ed imprevedibile delle strade della vita.

Giuseppe Gariazzo

Un «capitolo due», un «seguito», o – come lo definiscono gli autori – un «controcampo» a Isole, la magnifica costellazione di ritratti di corpi e luoghi realizzata da Mario Brenta e Karine de Villiers due anni fa con la complicità sparse in tanti posti nel mondo. Ora, quel discorso prosegue con Dietro la porta che riprende quel progetto e lo declina in altra forma nel mantenere l’idea di un (fare) cinema a stretto contatto con uomini e donne da cercare, ascoltare, filmare nei loro ambienti domestici. Incamminarsi «dietro le porte» delle case, ma anche negli spazi della natura – molto presente: montagne, fiumi, mare – costruendo un percorso circolare, dove la fine dialoga con l’inizio, e nel mezzo si compie il viaggio che ci porta a conoscere diciotto personaggi (fra loro il cineasta belga Boris Lehmann, già in Isole, che nella sua casa-studio-cineteca legge Poe).

Dietro la porta nasce il 14 luglio 2022 quando Brenta e de Villiers passano per Rue des Déportés davanti alla casa dove Karine aveva abitato da bambina. Sembra abbandonata, eppure, inaspettatamente, i due filmmakers scoprono essere abitata da un’anziana, la incontrano e decidono di filmare. Memorie ri-sorgono. Un nuovo incontro accade. «Da lì, come per contagio – spiega Brenta – ci siamo lasciati trasportare o, meglio, ’deportare’ verso altri luoghi, altre case dove siamo entrati in punta di piedi, quasi clandestinamente, attraverso porte lasciate appena socchiuse; per casualità, distrazione o forse per una dolce, tacita complicità? Chissà».
La differenza con Isole sta qui. Non accogliere brevi filmati girati per la maggior parte da altri, bensì – afferma Brenta – essere «noi a portare uno sguardo, il nostro, speriamo non troppo invasivo, ma non meno profondo, nel luogo più intimo del loro abitare, in quel dove esteriore ma non per questo meno sincero che è lo specchio della loro interiorità». Ecco quindi susseguirsi – incorniciati in esterni d’alta montagna e nel moto (im)mobile della laguna di Venezia – istanti di vite di un’umanità che sosta, si aggira, legge, osserva, parla, dice di sé in campo o in voce off (e quella di Brenta assume un ruolo fondamentale, anch’egli alla ricerca della casa dove nacque), sta in silenzio. C’è anche, tratto da Effetto Olmi di Brenta, Ermanno Olmi che riflette sul suo fare cinema, le incertezze del cominciare o rinviare l’inizio di un film. Così, Dietro la porta diventa inoltre un testo pieno d’amore per il cinema, memoria di un cinema da custodire (quello di Olmi e di Franco Piavoli che ri-guarda un suo film, di Andrea Andermann con i frammenti africani di Alcune Afriche, e dello stesso Brenta che inserisce anche estratti di Robinson in laguna) e testimonianza di una ricognizione intima che il regista sta compiendo, dal 2010 insieme a de Villiers, con appassionata ostinazione.

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